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Le archeologhe delle stelle conquistano la NASA con il loro studio su buchi neri e universo primordiale. Sono sei donne italiane, tra i 27 e 46 anni, e hanno svelato i segreti più nascosti della nascita dell’universo, con uno studio pubblicato sul Monthly notices of royal astronomical society. E’ la prima volta che l’Agenzia spaziale americana pubblica uno studio firmato da sole donne. Le scienziate sono state chiamate dalla Nasa a collaborare al blog ufficiale  per raccontare la storia dell’universo nei primi milioni di anni.

L’indagine rientra nei progetti di First, team finanziato dallo European Research Council.

Sei scienziate italiane sono state soprannominate le ‘archeologhe delle stelle’. Hanno infatti svelato  i segreti più nascosti della nascita dell’universo, con uno studio pubblicato sul Monthly notices of royal astronomical society. Di età compresa tra i 27 e 46 anni, sono riuscite ad attirare l’attenzione della NASA. Si chiamano Edwige Pezzulli, Rosa Valiante, Maria Orofino, Raffaella Schneider, Simona Gallerani e Tullia Sbarrato e una di loro presto si occuperà del blog ufficiale della NASA, per raccontarci ciò che è successo nel primo milione di anni di vita dell’universo.

E’ la prima volta l’Agenzia spaziale americana pubblica uno studio firmato da sole donne, che svela i segreti dei buchi neri nati dopo il Big bang. Il loro studio è stato pubblicato a gennaio sul Monthly notices of royal astronomical society, una delle riviste scientifiche più importanti nel campo astronomico. L’indagine rientra nei progetti di First, team finanziato dallo European Research Council. Ne fanno parte Edwige, Raffaella e Rosa, mentre Maria, Simona e Tullia – le prime due lavorano alla Normale di Pisa, Tullia all’Università di Milano Bicocca – sono entrate nel team di ricerca in un secondo momento, per interpretare i dati delle osservazioni.

“Solo al momento di inviare il lavoro ci siamo accorte che le firme erano tutte quante di donne“, ha raccontato Raffaella. “Non ci avevamo fatto nemmeno caso”. I tempi sono cambiati, perché “vent’anni fa mi capitava di andare a convegni nei quali le donne si potevano contare sulle dita di una mano”, mentre ora “è molto diverso“.

Nel loro studio, le sei ricercatrici hanno osservato “le attività di buchi neri quando l’Universo aveva meno di 800 milioni di anni”, spiega Pezzulli. Per farlo hanno utilizzato “le osservazioni dello Sloan digital sky survey e del telescopio spaziale Chandra“, che permettono di guardare molto in lontananza. Un elemento fondamentale, perché “guardando lontano infatti è come se guardassimo indietro nel tempo”. In questo modo hanno potuto spiegare che non si riescono a vedere i buchi neri formatisi quando l’universo era “appena nato” perché “il loro accrescimento, il periodo in cui aumentano di dimensioni divorando materia ed emettendo radiazioni, è molto rapido e si spegne in fretta”.